La mamma di: luciindescai (Ross)

La storia inizia ben prima della nascita di mia madre. Come tutte le storie ha radici profonde e nascoste, forse difficili da cercare, ma per parlare di lei non posso che raccontare gli antefatti.

La nonna di mia madre era bellissima ed austera. Era abituata agli agi di palazzo quale dama di compagnia di una nobildonna molto ricca. Viveva tra il palazzo in città e la villa in campagna. Vittoria, chiamiamola così, viveva attorniata da servitori e lacchè, senza sapere cosa fosse la fatica e i problemi di una vita modesta. Sinceramente credo fosse una figlia del popolo, probabilmente consegnata da qualche fattore al Conte perché ne facesse una serva. La sua bellezza e la sua intelligenza fecero il resto. Si sposò con lo stalliere del Conte anzi per la verità era il cocchiere, apparentemente una mansione modesta, ma che richiedeva la fiducia completa del suo Signore.

Il nonno aveva l’aspetto di un re e non sembrava proprio un semplice servitore. Ne conservo una foto, un omino fotocopia del nostro re di allora con i baffoni a manubrio. Non conosco particolari del loro amore, so solo che vissero separati dal loro lavoro e forse anche dalle convenzioni del tempo.

La bella Vittoria ebbe molti figli di cui non si curò. Furono affidati alla balia nella villa di campagna del Conte. Questi figli, allevati da estranei, i genitori non li vedevano mai, ma ne subivano la volontà a distanza. C’è una caratteristica nella mia famiglia ed è che in ogni generazione è nata qua e là una femmina di grande bellezza. Una sola, isolata, in mezzo a maschi e femmine diciamo più comuni. Bella così era mia nonna, piccolina e selvaggia come una zingara. Lei era fiera e orgogliosa, ma era stata cresciuta senza l’amore dei genitori e quando s’inguaiò col garzone di stalla e fabbro, mio nonno, visse questo sentimento più come una catastrofe che come un sentimento romantico.

Vittoria fece allontanare Dorotea e mio nonno dalla villa. Forse si vergognava di quello che le pareva una soluzione così modesta e deludente. Si sposarono ed ebbero quattro figli. La prima, figlia della catastrofe, fu mia mamma. Quindi i due si trasferirono nelle campagne più vicino alla città perchè Giuseppe, mio nonno, da ferratore di cavalli passò all’industria pesante, passando ancor prima per la guerra che gli costò il tributo di un occhio. Trovò lavoro in fonderia, in una grossa azienda che produceva armamento pesante. Pure mia madre, giovanissima, ci lavorava tagliando il vetro per l’industria bellica. Venne il tempo della seconda guerra mondiale e mio nonno non fu richiamato perchè invalido, così faticava in fonderia assieme a mia madre che, seppur dall’aspetto fine ed elegante, aveva una forza fisica non comune. Insomma come la madre precedentemente aveva ereditato una bellezza discreta e sofisticata e questo in un paesino di campagna saltava davvero all’occhio.

Mia nonna forse a causa della sua infanzia o solo perchè vedeva mia madre come la causa della sua sfortuna, non aveva per lei un amore materno normale. Per giunta, essendo l’unica delle due femmine appetibile, vedeva in lei la bella figlia da sistemare con un buon partito, cosa che le risultava impossibile con la seconda figlia bruttina, ma comunque lampantemente preferita alla prima.

A volte la bellezza di una donna crea problemi anche dove non sembra. In effetti mia madre veniva angariata dalla nonna per piegarla alla sua volontà. I corteggiatori erano molti, ma le era permesso frequentare solo quelli benvisti dalla madre e dotati di un cospicuo capitale.

Povera ragazza. Lei invece era così romantica. Non voleva un marito coi soldi da sposare senza amore. Lei sognava l’amore e una famiglia e pure dei bambini. Lei amava i bambini. Guardava i figli degli altri e sognava i suoi. Pensava ad una vita piena d’amore, che però nella sua vita non aveva mai avuto. Il nonno non era male, era socialista e pieno di amici, suonava il violino alle feste paesane, ma aveva imparato a rifuggire quella donna che amava e che non sapeva dargli affetto.

Mia madre era la persona perfetta per farne una vittima, persino la sua insegnante delle elementari invece di tenerla in classe ad imparare come suo diritto, le consegnava i due figli da accudire fino a quando non finiva l’orario di scuola.

Forse per questo non aveva molta fiducia in se stessa, e si considerava inferiore ed ignorante nei confronti degli altri. Questo non l’aiutò nella sua vita successiva.

Un giorno mentre prendeva l’acqua alla fontana incontrò mio padre. Lui era appena tornato dalla guerra. Era rimasto lontano per dieci anni, tra militare, campagna di Grecia e Albania e prigioniero di guerra in Germania.

Erano vicini di casa quindi alla sua partenza l’aveva lasciata bambina e la ritrovava donna. Lui era più vecchio di mia madre e malgrado fosse considerato un bell’uomo e facesse soggezione, non poteva dirsi un buon partito. In pochi giorni si presentò alla nonna e la chiese in sposa. La nonna non poteva opporsi, era un uomo adulto e senza sfronzoli, con lui si sentiva intimidita. Per tutta la vita lo trattò come se non fosse suo genero. Così mia madre si sposò e si trasferì in città.

Mio padre faceva il ciabattino, lavoro umile anche a quel tempo. Però era bravo e molto capace nel preparare scarpe ortopediche. Era un grande lavoratore, ma poco avezzo a trattare con una donna così giovane e spaventata. Non c’erano gentilezze né divertimenti per lei, nemmeno nei primi anni della loro vita insieme. Anzi, viveva sotto il giogo della suocera, mia nonna paterna che era piuttosto egoista e manipolatrice. Non fu un bel vivere, e mia madre soffrì moltissimo della convivenza con quella donna che non la poteva soffrire. Quando i miei decisero di lasciare la casa della nonna, mia madre si ammalò. Era stanca e depressa. Non riusciva a dormire e a parlare con la gente. Ogni tanto si sentiva male e io dovevo correre dalla vicina perchè mi diceva che si sentiva svenire e che le sembrava di morire. Mio padre liquidava i suoi malesseri come cose da donne.

Credo che cominciarono lì le mie rivolte contro mio padre. Mia madre non riusciva a tenergli testa. Era debole e lo assecondava sempre anche quando la trattava come se fosse una stupida.

Successivamente mia madre ebbe altri tre figli. Credo che per lei noi fossimo importanti perchè solo con noi riusciva ad essere serena. Ma a quel tempo i figli erano un grande peso. Era una fatica che non poteva condividere con nessuno. Mio padre non le concedeva nessuna agevolazione perchè pensava che quello doveva essere il destino di una donna: lavorare senza sosta per la famiglia.

Mia madre era forte fisicamente, ma terribilmente sola. Io crescevo dentro ad una famiglia numerosa comprendendo fin da subito gli equilibri. Dal momento che avevo potuto schierarmi con qualcuno l’avevo fatto. Combattevo una battaglia impari per far riconoscere i miei diritti e quelli di mia madre, ma lei non si schierava mai al mio fianco. Io mi scontravo per renderla più emancipata e per far riconoscere le sue fatiche e i suoi diritti e lei si faceva mettere sotto senza dire nemmeno una parola. Io l’aiutavo a crescere i suoi figli insegnando loro la collaboraione e la parità tra maschi e femmine, mentre mi costringeva a trattarli come faceva lei: in modo disuguale.

La cosa che sopportavo meno era il suo ricatto affettivo. Sapevo che non era felice, cercavo di aiutarla per farle migliorare la vita, ma lei mi rifiutava e anzi sviluppava verso di me una sorta di rancore.

Ovviamente non sapeva contrastarmi perchè il mio carattere era troppo forte per lei, ma non sapeva nemmeno abbandonarsi all’affetto se era affetto quello che provava per me. Crescendo si attaccò morbosamente a mia sorella a cui avrei potuto quasi essere madre. Questo lo dico solo perchè era questo il sentimento che provavo verso i miei fratelli piccoli. Li avevo cresciuti in sostituzione di mia madre, che lavorava, e loro mi ricambiavano con un amore quasi filiale. Questo non me lo perdonò mai. Ogni volta che la invitavo a lasciare più indipendenza a mia sorella per il suo bene, mi accusava di essere ingiustamente gelosa del loro rapporto speciale. Credo che fu sollevata quando alla maggiore età me ne andai di casa per vivere da sola. Si riprendeva totalmente lo spazio che forse io occupavo in modo ingombrante.

Passarono parecchi anni ed io feci la mia vita indipendente dalla mia famiglia, ma sempre pronta ad intervenire nel caso di necessità. Aiutai i miei fratelli negli studi e raccolsi le loro confidenze più intime. Era inevitabile visto che non ero davvero la loro madre. Se intervenni a loro favore lo feci sempre facendo finta di non intervenire. Un gioco delle parti che non mi piaceva, ma che mi adattavo a fare per tutti loro.

Poi ebbi un figlio mio e mia madre si offrì di tenerlo quando andavo a lavorare. Io lo portai all’asilo nido a quattro mesi. Non ero per niente entusiasta della sua proposta. Poi come succede il piccolo si ammalò frequentemente ed in quei periodi se ne occupava lei. Di questo le ero grata, mi permetteva di non dover continuamente assentarmi dal lavoro, ma in vari modi mi fece sentire una madre snaturata, una donna per cui era più importante il lavoro che il figlio (e per inciso solo del mio lavoro vivevo), cercò di allontanarmi da lui manipolandolo. “Vero amore che vuoi restare dalla nonna? Che ti fa dei buoni manicaretti? Lascia andare la mamma che è stanca e che domani deve andare a lavorare. Tu dormi bene a letto con la nonna vero? Tu mangi con la nonna vero? Tu sei più buono con la nonna vero? Fai ciao ciao alla mamma!!!”

Per quanto tentassi di farle capire che si comportava in modo sciocco, senza offenderla frontalmente, lei continuava il suo gioco al massacro. Per fortuna passarono gli anni e mio figlio, molto presto mi chiese di lasciarlo a casa da solo piuttosto che farlo andare da mia madre. Mi diceva: “Ti prometto che starò buono e tranquillo purchè tu non lo dica alla nonna che sono a casa da solo”. Forse nemmeno a lui piaceva quella critica velata sul nostro modo di vivere ma soprattutto sul mio.

Per mia fortuna e per carattere il contributo di mia madre alla mia formazione è stato non troppo invasivo. A lei mi lega comunque affetto e stima e il tempo ha anche stemperato le nostre difficoltà.

Oggi che è rimasta vedova e non ha più costrizioni si è resa conto che io l’avevo aiutata a prendere coscienza di molte ingiustizie che subiva dagli altri e che l’ho pure supportata scontrandomi duramente con mio padre. La cosa incredibile è che oggi riesce a confidarsi con me come se fossi una sorella maggiore. “Lo sai, mi vergogno dirlo, ma la morte di tuo padre mi ha sollevato di un peso.”

Questa frase è terribile, lei lo sa e sa pure che sono l’unica che la può capire. Ma quella del padre è un’altra storia che racconterò in un altro post.

Oggi le voglio bene e le perdono di non essermi stata madre o almeno la madre che volevo, ma come si sa bene, egoisticamente tutti valutano più quello che hanno dato di quello che hanno ricevuto ed io non faccio differenza purtroppo. Lei ha dato tutto quello che poteva dare e forse io non ci sono riuscita appieno.

1 Commento

  1. Cara Ross,

    è stato bellissimo leggere questa saga, dalla bisnonna ai nostri giorni: l’ho letto tutto di un fiato quando l’hai postato, poi ci sono tornata e ho riletto con calma, perché un racconto così ricco suscita tante riflessioni.

    Ho trovato nelle persone che hai descritto tante altre, Sabby e suo marito in tua madre e tuo padre, con tanto di suocera invadente, e la mamma di Attila con mia figlia in tua madre col nipote (e con lo stesso risultato, neanche Sissi volle più andare da lei), e poi che dirti, il rapporto di tua madre con te, molto simile al mio, compresi i ricatti affettivi.

    Veramente la vita è una saga, ed è anche vero che siamo tutti vittime di altre vittime, e che bisogna rompere le catene.

    Speriamo di riuscirci, e forse tu ci sei riuscita già 😉

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