Le culle vuote

Mi inviano il link a un articolo, decisamente spunto di rilessioni.

Lo leggo, sono ragionevolmente d’accordo con l’analisi che fa della situazione, mi fanno però accapponare la pelle sia le manifestazioni xenofobe che quelle sessiste.

L’articolo in questione è di Camillo Langone, e risponde al titolo “Togliete i libri alle donne: torneranno a far figli“.

Insomma, la sua ricetta contro la crescita zero o, peggio ancora, il calo demografico, è mettere le donne in condizioni di non poter far altro che le incubatrici, madri non per scelta ma per ineluttabile destino genetico che nessuno spazio lascia a niun’altra velleità.

Peccato questa conclusione, perché le premesse non erano male.

Comunque, io l’angelo del focolare l’avrei pure voluto fare. Ci si arrabbiava la mia insegnante del liceo, mi diceva: “Di persone con un’intelligenza come la tua in quarant’anni d’insegnamento ne avrò viste sì e no altre due, l’angelo del focolare lascialo fare a chi non sa fare altro, tu devi avere altri progetti!”.

Beh, la mia intelligenza mi diceva che fare l’angelo del focolare non era una scelta di serie B, che assecondare la propria natura e cercare la propria realizzazione seguendo le inclinazioni personali e non i modelli imposti dalla società richiedeva comunque forza e capacità: in ogni caso, l’uomo propone e Dio dispone (poi ce n’era pure un altro di proverbio su diavoli pentole e coperchi, ma in questo momento non mi viene in mente) e, per farla breve, non ho fatto né l’uno ne l’altro.

Insomma, alla donna italiana, di fatto, di fare i figli viene impedito. La società non le viene incontro in nessun modo, con nessun aiuto, né economico né di strutture, e se l’istituto familiare è allo sbando non è solo per una questione valoriale.

Io ne avrei voluti tanti di bambini, ma ho sputato sangue per un’abitazione minuscola, e sempre di sangue le lacrime piante per tirarne su una, con i mezzi e gli aiuti – a parte quello materno – prossimi allo zero.

Ora, voi sapete bene che io non sono assolutamente contraria all’immigrazione, ma da qui a farla passare per un nostro bisogno di emergenza demografica, e che i soldi spesi dallo stato per assistere gli immigrati in Italia siano spesi non a scopo umanitario, ma per tamponare la decrescita causata da noi donne egoiste e ingiustamente emancipate che vengono meno al loro ruolo (perché stoltamente strappate al loro ruolo di donne oggetto) se permettete ce ne corre! Dateci le scuole, dateci strutture, dateci sussidi, asili nido, dateci la possibilità di assentarci un po’ di più dal lavoro, perché come si fa a lasciare un bambino di tre mesi per tornare al lavoro? Eppure ho fatto anche quello, perché altre di possibilità non ne avevo.

Una mia collega, che ha un solo figlio, mi dice di non averne fatti altri per il rimorso di quello che aveva fatto passare al primo, pacco postale dalle cinque di mattina del suo novantunesimo giorno di vita e per anni e anni, con qualsiasi condizione atmosferica e in qualsiasi stato di salute.

La donna italiana non è che non faccia figli perché è una carrierista ambiziosa ed egoista e, vi dirò, abbenché la ragione sarebbe ben più valida, neanché perché non trova il compagno della vita: la donna italiana non fa figli perché la nostra società non le dà la possibilità di occuparsene, sic et simpliciter.

43 commenti

  1. Questa mattina, quando alla radio ho sentito parlare di questo articolo di Langone, volevo scrivere qualcosa pure io. Poi mi sono detto che a certi articolisti, certe opinioni, certi giornalisti è meglio non dare corda e quindi non ho scritto nulla.

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    • Secondo me è giusto che la gente sappia che c’è ancora chi la pensa così, altrimenti dà tutto per scontato.

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  2. può essere. Del resto, sappiamo che considerazione hanno della donna il giornalismo, la cultura, la politica di destra. Ma credo che se fossimo tutti capaci di non reagire a certe provocazioni, forse anche loro si stancheranno di sparare bordate.

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    • Non sono particolarmente d’accordo, non è gente che abbia bisogno di consensi (che poi, secondo me, li avrebbe pure: sai quanti ne trovi che la pensano così?)

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  3. Mah, tutto il discorso è una bolla di sapone. Non è la donna italiana che ha problemi, ma la donna occidentale. Io non avevo neanche i nidi pubblici in Irlanda e quelli privati che c’erano erano sovraffollati e in condizioni raccapriccianti. All’estero (ad eccezioni di alcuni posti “illuminati” come la Scandinavia) le donne smettono semplicemente di lavorare alla nascita del secondo figlio. Semplicemente non è possibile, senza strutture e senza aiuti.
    Poi, alla fine della fiera, siamo sette miliardi. A prescindere da qualsiasi velleità, incentivare a fare più figli, è comunque un atto irresponsabile. Ragazzi, il Pianeta non tiene.
    Ricordiamoci SEMPRE che il nostro istinto alla maternità (che ci frega in continuazione, a noi donne) ai fini dell’evoluzione equivale all’istinto maschile di scopacchiare indiscriminatamente a destra e a sinistra. Entrambi gli istinti sono necessari alla continuazione della specie.
    Direi che la specie è “continuata” fin troppo, direi che è ora di dare un respiro ai nostri ecosistemi.
    Senza contare che i nostri figli non avranno uno straccio di lavoro e che l’intero sistema economico occidentale è allo sfascio.
    Ricordiamoci che non siamo conigli.

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    • @Martina: qui parlavamo dell’Italia, non del globo terrestre. Credo che i figli andrebbero distribuiti diversamente, se pensi che quelli che ne fanno di più sono proprio coloro che meno se lo potrebbero permettere!

      Le donne smettono di lavorare dopo il secondo figlio? Evidentemente perché non sta a loro procacciargli il cibo, altrimenti come farebbero?

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  4. fresne

    E’ una cosa assurda questo articolo…e non ho nient’altro da dire su questa faccenda

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    • @Fresne: “questo artioclo” quale, il mio o quello di Langone?

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  5. L’articolo di Langone non è completamente campato per aria.
    Vi sono economisti che sostengono che l’unico modo che abbiamo per superare la crisi, per “tornare a crescere” – come dicono in gergo – sia quello di fare figli e che la cosiddetta “bomba demografica” sia soltanto una bufala.
    In realtà si potrebbe dire che “chi di lama ferisce, di spada ferisce”, perché Langone cita semplicemente una statistica e noi sappiamo che le statistiche vanno lette e interpretate. E questo andrebbe ricordato soprattutto a quelle donne chi citano ripetutamente e costantemente le statistiche sulla violenza. Cioè, non è che si possono prendere per buone le statistiche che fanno comodo e “non dare corda” a quelle scomode.
    Detto questo, credo che in Italia i servizi a favore dell’infanzia siano sicuramente insufficienti, ma credo anche che non sia questa la causa del basso tasso di natalità. E’ soltanto una conseguenza di come stiamo messi.
    E stiamo messi molto male…

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    • @Aquila: nessuno ha detto che è campato in aria, e lungi da me il negare che il calo demografico sia un problema per l’Italia: è sulla soluzione proposta che sono scettica, ridurre le donne all’ignoranza, tenerle in stato di bruta sottomissione, affinché l’unica cosa che possano fare sia le incubatrici.

      C’è bisogno di una nuova cultura della famiglia, sia a livello personale che statale: abbiamo una scala di valori secondo me ribaltata, pericolosamente ribaltata, che mette la carriera sul podio prima, ma molto prima, della famiglia, che invece ritengo sia la colonna portante della società.

      Che la donna poi sia, sua volta, la colonna portante della famiglia, ci posso pure stare, che a lei sia affidato il delicato compito di educare i figli (ma sempre supportata!), mi sta anche bene, ma qui stiamo proponendo di ridurla a una sottospecie di pecora sordocieca, facente funzione di coniglia, zitta e figia.

      Le cause del basso tasso di natalità saranno anche altro, sicuramente è lo stesso rapporto uomo/donna ad essere profondamente in crisi; anche su questo ci sarebbe da lavorare, perché non credo che anche lì la soluzione sia “gli uomini e le donne non sono stati capaci di un dialogo pari grado, quindi ripristiniamo i ruoli lui comanda e lei obbedisce, lui padrone e lei schiava”: dico, stiamo pazziando?

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  6. No, mi spiace, a me piace lavorare perché ho un cervello e per mantenere la mia dignità. Ho smesso di lavorare per due anni dopo aver avuto mia figlia (non avevo scelta, ai nidi non me la prendevano sotto ai 12 mesi e non avevo nessuno a cui lasciarla ed il mio misero stipendio part-time a cui avevo dovuto ripiegare per forza maggiore dopo la nascita di mio figlio non bastava a per nessun tipo di “nanny”) ed è stata la mia rovina, perché mi è stato rinfacciato di tutto (di essere mantenuta, di essere inferiore, di tacere perché non avevo reddito ecc ecc) )e mi sono ritrovata con le pezze nel c***. Letteralmente, andavo in giro vestita di stracci.
    Ify, tu non ci sei passata, hai sempre mantenuto l’indipendenza economica in un modo o nell’altro e non sai quant’è umiliante ed insudiciante una situazione del genere. Quando mi sono reintrodotta nel mercato del lavoro ero ormai “invendibile” perché avevo due figli piccoli, in paesi ultracattolici come quello è la condizione peggiore, l’ultimo gradino sociale, ovvero madre con figli. Fino a dieci anni fa non c’era neanche una legge nazionale sulla maternità al lavoro.
    L’indipendenza economica sempre e prima di tutto. Perché nella vita “shit happens”. E poi perché ho un cervello.
    Un conto è fare un figlio in un contesto sociale esteso, con una famiglia di supporto ed un partner non talebano. Altrimenti, no grazie, faccio la manager.
    Queste storie che la donna deve allattare e l’uomo deve andare in giro con la clava ad ammazzare il mammuth, no grazie non le accetto. Chiamatemi pure veterofemminista, ma il mondo sarebbe un posto migliore se noi tutte lavorassimo invece di stare a casa a fare il pane e a lamentarci di continuo perché “i figli ci abbandonano”.

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    • @Martina: io ho voluto sempre mantenere l’indipendenza economica e non solo, anche quella abitativa. Quando iniziò la storia con Otello, lui insistette per la convivenza. Io avevo una casa in affitto, che non mollai. Pagavo a vuoto, e non è che la cifra non incidesse pesantemente sul mio reddito.

      Un giorno, lui era ricoverato in ospedale ed io ero lì accanto a lui, diede di matto, apparentemente senza motivo, e si mise a urlare di prendere le mie cose da casa sua e andarmene via: fu lì che si giocò per sempre la possibilità di una convivenza reale, che non fosse uno stare insieme il più possibile ma ognuno mantenendo la propria casa, e quindi senza alcuna progettualità comune.

      Col tempo uscì fuori che nella stanza di ospedale c’era un tizio, peraltro della cui presenza io non mi ero a momenti neanche accorta, a cui io avrei fatto gli occhi dolci. Catalogato come inaffidabile pazzo furioso, non mischiai mai più di tanto la mia vita con la sua: quando mi lasciò ritenendo che lo avessi tradito (ovviamente non ero vero), quantomeno il dispiacere fu solo sentimentale, e non mi ritrovai con le pezze al sedere in mezzo alla strada.

      Tutto questo per dirti che so benissimo di che cosa parli, e so bene la differenza tra la teoria e la pratica. Ciononostante, rimango della mia idea che, potendo, sarei rimasta a casa a fare la castellana, ben più importante e impegnativo che fare la manager, e cioè a educare i figli, e alimentare e mantenere il progetto “famiglia”, che non è cosa da poco.

      Poi avrei pure lavorato, magari a casa, mi sarebbe piaciuto fare la scrittrice e/o la traduttrice, mica avrei perso mai il contatto col mondo esterno!

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  7. E’ questo il punto fondamentale su cui discordiamo, Ify. I figli non si tirano su da soli, non ci sono “castellane”. Le famiglie, quelle che funzionano (ed un paio, nella catastrofe dei rapporti interpersonali della nostra generazione, ne conosco) sono dei “team”, un bel lavoro di squadra in cui ci sono ruoli e tanta cooperazione. Niente castellane, per favore, non siamo nel medioevo. I figli ti rispettano se vedi che lavori, che sei indipendente, il padre DEVE intervenire nelle decisioni, nell’educazione, nella gestione. Quella è una famiglia che funziona.
    Lavorare a casa? Ma certo che perdi il contatto con il mondo esterno! dopo la nascita di mio figlio ho cominciato a lavorare da casa come traduttore perché il nido era privato e me lo potevo permettere solo per poche ore al giorno: è cominciata la mia “prigionia” sociale, è da lì che ho preso la cattiva abitudine di non avere più pause, pranzo o caffé o tutte quelle sane interazioni sociali che si hanno quando si lavora “fuori” Tutte le donne che lavorano da casa hanno provato la stessa esperienza: sei oberata di lavoro, lavori e allo stesso tempo curi i figli, in un miscuglio di ruoli che non lascia spazi personali, in più, “visto che stai a casa”, ti prendi i rimbrotti se non hai pagato una bolletta o ti sei dimenticata di comprare lo zucchero. Fai cortesemente notare che hai lavorato 10 ore con due bambini strillanti tutto il giorno, e la risposta è “ma sei stata a casa”. No no no, lavorare in un ufficio è MOLTO meno faticoso.
    Almeno puoi sederti e mangiare a pranzo e tenere una conversazione adulta con un collega coetaneo, che non ti tira in faccia la scodella della pappa mentre cerchi di mangiare. Quando ricominciai a lavorare in un’agenzia dopo qualche tempo (il famoso lavoro che mi fu detto di smettere, ma lasciamo da parte certe storie infami) mi sembrò di rinascere. Davvero, fu la resurrezione, che purtroppo durò pochissimo.
    Secondo me qui ci sono delle false mitologie sull’immagine della “donna a casa”. Stiamo attenti, soprattutto nella nostra società post-industriale che porta all’isolamento sociale.

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    • @Martina: i figli non si tirano su da soli, e invece è quello che stiamo pretendendo adesso, con madre e padre che lavorano dalla mattina alla sera e in assenza di un tessuto familiare sostitutivo, nonni, zii, cugini.

      La castellana non è un lavoro di serie B, inferiore al manager, tutt’altro, e certo che i figli sono di entrambi i genitori, e certo che entrambi sono chiamati ad educarli e ad occuparsi di loro, ma anche mantenerli è occuparsene, non ti pare? Che poi il compito non si esaurisca là sono d’accordo, ma il tuo sacrosanto parlare di un lavoro di squadra non comporta che tutti i membri della squadra debbano ricoprire lo stesso ruolo.

      Isolamento sociale? Io non ho parlato di “massaia” o “casalinga”, di donna che si chiude in casa a sfacchinare, con scarsi o nulli mezzi economici a disposizione, e lì finisce la sua vita (come forse intendeva Langone). La castellana che intendo io ha una sua vita sociale anche se, giocoforza, sarà per lo più con persone nel suo stato, altre mamme, sono fasi della vita che vanno così, e non sono da disprezzare o catalogare come vita sociale di second’ordine.

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  8. Molto carino il tuo blog….
    Tornerò a trovarti.
    Ti auguro un buon venerdì ed un sereno week-end,
    Luciana

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    • @Lucianaele: grazie Luciana, e benvenuta!

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  9. “ma anche mantenerli è occuparsene, non ti pare?”
    No. Ti faccio un esempio pratico. In passato i miei genitori hanno mantenuto i miei figli per vari periodi di tempo (e gli sono grata, senza il loro aiuto non avrei avuto da compragli da mangiare) quando ero disoccupata, però non se ne sono occupati. Eravamo anche in due paesi diversi.
    Essere genitore è un’altra cosa.
    Scusa ma è proprio il termine “castellana” che non digerisco. Che vuol dire? Chiusa in una gabbia dorata?

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    • Mi dispiace Martina, ma credo che o c’è un malinteso, o non sono proprio d’accordo.

      Il mantenimento dei figli è la prima forma di cura e assistenza dei figli stessi. Non è esaustivo, siamo d’accordo, non è che quando uno ha portato a casa la busta paga ha esaurito il suo compito di genitore, ci mancherebbe, ma il farlo è parte integrante del ruolo. Poi, se lavora anche la madre, peggio ancora, va a finire che sono in due che provvedono alla parte materiale, e al benessere psichico ed emotivo dei bambini/ragazzi chi ci pensa?

      I tuoi genitori si sono occupati dei tuoi figli mantenendoli, e quindi hanno curato un aspetto, tu te ne sei occupata con la presenza, che è stata possibile grazie al fatto che li mantenevano i nonni.

      Cosa intendo per “castellana”? Proprietaria del castello, che se lo governa, amministra e gode! 🙂

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  10. larosaviola

    ho letto l’articolo e mi vengono solo brutte parole, ti dirò come la penso:
    sono d’accordo con te sul perché le donne hanno smesso di fare i figli, vorrei aggiungere però che non sopporto le madri di vocazione o le non madri non amanti dei bimbi che si giudicano l’una contro l’altra!
    Il punto è che ognuno nel suo privato ha il diritto alla libertà di scelta e pensiero, se una vuole dedicarsi solo alla famiglia non va denigrata, uguale vale per le donne che non amano i bambini o che non vogliono farli, basta con tutte queste sentenze!

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    • @larosaviola: qui non stavamo parlando di singole donne, giudicandone le scelte, ma di un dato di fatto sociale, e cercavamo di analizzarne i motivi. Io sono madre per vocazione, e non giudico assolutamente chi di bambini non ne vuole, e neanche chi li detesta.

      Giudico invece, e te lo dico molto chiaramente, chi mette al mondo i figli tipo giocattoletto di cui presto si stanca, abbandonandoli a se stessi perché loro “devono vivere”: ecco, se io penso a quanto soffre un bimbo con un genitore che non lo ama e non lo vuole, strangolerei detto genitore con le mie mani, e lo giudico, sì che lo giudico! Oggi la procreazione ha la possibilità di essere responsabile, esistono una marea di mezzi contraccettivi che funzionano quasi al 100%. Se poi, nonostante questo, una persona rimene incinta, e non diventa madre per vocazione, quella no, non la giudico.

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  11. larosaviola

    bè ma su questo sono assolutamente d’accordo, è ovvio, le madri che non apprezzano il dono ricevuto sono le prime merde dell’intero universo! Quando abitavo da sola c’era la mi vicina con due gemelli di un anno che bestemmiava pesantemente e aggiungeva “io vi ammazzo”.Ti giuro era straziante 😦
    Oppure la mia ex suocera che preferiva il mio ex fidanzato a sua sorella lo diceva chiaramente e faceva differenze, facendola molto soffrire! 😦
    Questa è realtà e neanche così sporadica :(.
    Lo so che tu non stavi giudicando, volevo aprire un’altra parentesi legandomi all’argomento in quanto sulla tua opinione non potevo aggiungere altro! 🙂

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  12. larosaviola

    “Quando abitavo da sola c’era la mi vicina con due gemelli di un anno che bestemmiava pesantemente e aggiungeva “io vi ammazzo”.Ti giuro era straziante”
    mia!!!

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    • @rosaviola: non credo ci sia madre che non abbia detto ai figli “Io t’ammazzo!” (con tutte le variani “Io t’ho fatto e io ti disfo”, “Io t’ho messo al mondo e io ti ci ritolgo!”). Io stessa una volta lo urlai alla piccola Sissi e lei tremebonda chiese, spalancanco gli occhioni, “Ma mi ammazzi di baci o mi ammazzi che muoio?”.

      Io chiaramente me l’abbracciai e la riempii di baci 🙂

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  13. Se accettiamo acriticamente tutte le statistiche, questa compresa, è ovvio che poi arriviamo alle conclusioni di Langone. Se mettiamo in relazione il tasso di scolarità con quello di natalità, è ovvio che vediamo che nei paesi più ricchi, dove la gente è anche più colta, si fanno meno figli.
    2+2=4
    E’ tutto da dimostrare, però, che diminuendo la ricchezza e la cultura, si torni a fare più figli. Vedremo se sarà così in Italia, visto che le direzione nella quale stiamo andando mi pare proprio questa.

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  14. Però la discussione sulla cosiddetta “cultura della famiglia” è estremamente interessante.
    Per incrementarla, Monti potrebbe tornare alla tassa sul celibato, no?
    Magari oggi si potrebbero fare aliquote differenti:
    tassa sul celibato: 1%
    tassa sul nubilato: 20%
    (mi scappava una battutaccia sulla terza “opzione”, ma se la faccio poi vengo accusato di idrofobia…)
    :mrgreen: :mrgreen: :mrgreen:

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    • @aquila: idrofobia???

      E dai, falla ‘sta battutaccia, che lo sai che qui siamo altamente “Politically scorrect”! 😆

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  15. Purtroppo Ify qui rimarremo sempre di due posizioni discordanti. Non cambio idea perché ci sono passata. Una madre che rimane sola a casa, in isolamento, a fare la chioccia con dei bambini viziati NON contribuisce certo al loro benessere fisico e “psichico”. Infatti, li rovina. I figli, e lo sai anche tu, hanno bisogno di un articolato costrutto sociale per crescere. Scuole, famiglie estese, sì, i preziosi nonni e cugini. I genitori devono lavorare, anche la madre, perché se la madre non è serena e con una vita composita e strutturata, i figli non sono sereni.
    Guarda le società non industrializzate: le madri lavorano, nei campi e nelle attività quotidiane del villaggio. Si portano i figli dietro (si chiama anche “nido aziendale/comunale) che quando sono più grandicelli poi socializzano tra di loro mentre le madri lavorano. Crescono e diventano adulti SOCIALI.
    Le riunioni tra mamme “castellane”? Orrore! Durante il periodo forzato di non-lavoro con mia figlia andavo a delle riunioni “mamme con bambini” organizzate da un’associazione di quartiere. Una cosa orrida. Due ore in cui queste tipe non parlavano altro che di problemi di dentizione, del colore della cacca dei loro amati pupilli, della prossima vacanza in Spagna. Mi sentivo annullata, non avevo nulla da aggiungere, non volevo parlare di quello, ma nessuno leggeva un giornale?
    I miei genitori lavoravano ed io , in mancanza di una famiglia estesa, sono cresciuta tra asili, scuole a tempo pieno, amici del cuore, oratori. ADORAVO queste cose. ADORAVO le rare volte in cui andavo in vacanza dai cugini e i miei stanchi genitori finalmente si “dimenticavano” di me.
    Attenti a non confondere un desiderio di appagamento personale (avere i figli per se per sentirsi appagate e ralizzate in qualche modo) con le reali esigenze di un bambino.
    I figli non sono “doni che ci vengono dati”.
    I figli appartengono al mondo. A loro stessi. Alla loro vita. Li si fa nascere per loro stessi, non per noi. Evviva gli zii, nonni, cugini, le famiglie estese. Io avrei tanto voluto una nonna che mi preparasse le torte e mi raccontasse le sue storie di quand’era bambina. Quello è senza prezzo, altro che…

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    • Non mi pare che la pensiamo diversamente. Tu parli di “madre sola che vive in isolamento, a fare la chioccia con dei bambini viziati”, e su questo certo che la penso come te, ci mancherebbe che uno indicassi ad esempio e considerasse auspicabile una situazione del genere!

      Io intendo una madre col suo ruolo e il suo carisma, la sua auterovelezza, i suoi affetti e, ovviamente, possibilità economiche: non infinite, per carità, abbiamo detto che i soldi non fanno la felicità ma anzi, spesso inaridiscono, ma credo che siamo d’accordo tutti che peggio della ricchezza, intendo quella che acceca, inaridisce, e ci circonda di persone interessate e falsi amici, c’è solo la miseria.

      La riunione di mamme… “mamme” è un insieme che racchiude donne di ogni indole, cultura, comportamento, idee: se quello è l’unico comun denominatore, mi pare normale che si finisca col parlare di pannolini e dentizione e che, anzi, siano l’unico argomento, in barba a chi ogni tanto vorrebbe parlare di Shakespeare o esaminare i bisogni della popolazione nel contesto attuale per studiare eventuali azioni e soluzioni.

      Suona il telefono, torno.

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    • @Martina: eccomi di ritorno. Io, al contrario di te, ho avuto una famiglia estesa. Contatti con l’esterno prossimi allo zero, ma avevo zii e zie, cugini e cugine, nonni e nonne. E poi, a casa mia, nel mio palazzo intendo, che ve lo dico a fare, c’era il cortile, dove scendevano a giocare tutti i bambini del palazzo, in assoluta tranquillità (e poi c’era la finestra della portiera che si affacciava sul cortile, e lei era sempre là, l’occhio vigile del palazzo 😀 ).

      Io amavo quella vita, come tu hai amato la tua, che era sempre una vita sociale, che ci ha fatto crescere, ma tutto questo cosa significa? Come si lega al discorso che stiamo facendo?

      I figli non sono doni che ci vengono dati? Certo che lo sono, come è vero che appartengono a loro stessi, ma non senza legami, non come isolamento, non come esseri abbandonati allo sbaraglio.

      I figli hanno il dono dei genitori (quando ce l’hanno), i genitori hanno il dono dei figli: questo legame non è stabile nel tempo, si evolve, col tempo diminuisce la dipendenza e aumenta l’indipendenza di entrambi, e allora si è di più di se stessi e del mondo.

      PS: a me nessuna nonna ha mai preparato le torte, io ho avuto nonne virago, che mi hanno trasmesso ben altro. Le torte le faceva mia madre, e quindi la nonna che fa le torte è toccata in sorte a mia figlia 😀

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  16. larosaviola

    mhmmm non so, questa bestemmiava e urlava questa frase tutte le mattine a due pargoletti di un anno, non credo sia uguale a te! 🙂

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    • @larosaviola: magari era stanca ed esaurita, se una persona si cresce dei figli senza nessun aiuto capita, oppure se non li ha accettati o insomma, possono essere tanti i motivi per cui si diventa così.

      Certo che per un figlio è deleterio pensare, sapere, che per i propri genitori è un peso, sono traumi da cui non si riprendono. Mia figlia sa di essere una figlia amata, e sa che vivo per lei, qualunque cosa io possa urlare quando sono arrabbiata.

      Rispetto a quello che dicevo prima, mi ricordo una mamma che vide il figliolett attraversare di corsa la strada, mentre sopraggiungeva un’automobile. Lei, sprezzante del pericolo, volò in strada, afferrò il figlio e lo tolse praticamente dalla traiettoria della macchina un attimo prima che fosse investito.

      Dopodiché gli allentò un sonoro sganassone e incominciò a urlargli: “Io a te t’ammazzo, ti stacco la testa, ti piglio a frustate, ti faccio svisciolare sangue da naso e da bocca!” e allora il figlio, pisoletto, le rispose: “Ma allora non era meglio che mi lasciavi andare sotto la macchina??? 😯 “

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  17. “Io intendo una madre col suo ruolo e il suo carisma, la sua auterovelezza, i suoi affetti e, ovviamente, possibilità economiche”

    Hai appena descritto una madre che lavora, con un reddito suo ed una propria indipendenza economica.
    La madre che sta a casa ti assicuro che dopo qualche tempo queste caratteristiche le perde. A meno che uno non sposi un milionario.
    Ma mi pare che qui si stia parlando di vita reale.

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    • Martina, anche tu avevi un marito con un reddito che avrebbe potuto permetterti questa vita: che poi tuo marito facesse Peter di nome e Pan di cognome è un’altra cosa, ma quello di cui sto parlando io non è fuori dal mondo, è solo una normale coppia che contribuisce con mezzi diversi al menage familiare.

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  18. Non esattamente. Il conto era sempre in rosso per vari motivi che non discuto qui in pubblico. Erano i miei risparmi ed i miei miseri stipendi che non ci facevano annegare.
    Comunque farmi mantenere non è mai stato tra le mie aspirazioni.

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    • “Farsi mantenere” secondo me è partire da un’ottica sbagliata. Qui stiamo discutendo di un “progetto famiglia” in cui ognuno partecipa al massimo delle sue possibilità. Qui non parliamo di fare la mantenuta aspettando sul sofà che il “lui mantenente” venga a soddisfare i propri pruriti, qui stiamo parlando di rimboccarsi le maniche, ognuno curando degli aspetti della famiglia, e magari non altri perché ci pensa un’altra persona impegnata nel medesimo progetto.

      Una mia amica che non lavora, e il cui marito sta facendo molta carriera, in questa carriera in fondo lo sta aiutando, e non poco, seguendolo dapperutto, occupandosi degli aspetti logistici della famiglia (scuole ed attività extra delle bambine), della casa (comprese eventuali cene di lavoro che si svolgono in casa loro). Lui quando apre il cassetto la camicia e il doppio petto grigio li trova là belli a disposizione (non importa se lavati e stirati da lei, o dalla lavanderia in cui comunque li ha portati e ritirati lei, oppure dalla governante che comunque lei assume, controlla, guida, del versamento dei cui contributi si occupa e così via).

      Io stessa ho fatto carriera nel momento in cui avevo un uomo a fianco, e le incombenze erano divise a metà, non dovevo scendere a più miti consigli perché non ce la facevo a fare tutto. Martina, una famiglia è una famiglia, non esistono mantenuti: mi dispiace che il merluzzo ti abbia fatto pesare la tua situazione di non lavoratrice, ma era lui ad essere sbagliato, non tu che hai lasciato il lavoro per dedicarti ai figli, e non l’istituto familiare.

      Coi tempi che corrono, anch’io ho sempre voluto mantenere la mia indipendenza economica, non mi piace essere dipendente da qualcuno e, semmai uno a cui avessi dedicato la vita me l’avesse rinfacciato, credo che non sarebbe sopravvissuto, cionondimeno, se in una famiglia uno porta il pane per tutti a casa, e l’altro, o l’altra, fa in modo che la casa sia una casa, un desco familiare e non un albergo, non ci vedo nulla di male, e mi sembra un’aspirazione più che dignitosa.

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  19. Martina

    Sulla carta forse. O nei film. La realtà è diversa. Credimi. Le uniche coppie serene che conosco sono quelle in cui entrambi i partner hanno un ruolo paritario, di reciproca indipendenza economica. Ricordati che i soldi danno potere (mentale, emtivo, ecc.). Nella nostra società, sempre.
    Meglio stirarsi le camicie da soli e mantenere un sano equilibrio.

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    • Ma questo può chiamarsi isolamento… affidarsi è una delle più belle esperienze che l’essere umano possa fare, purché si affidi nelle mani giuste (e capisco che qui ci si scommette la vita).

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  20. Luisa G.

    Le nostre signore non sono moscette. Ci sono le mogli degli impiegati che dopo aver dato il bacino al marito e ai figli augurando loro buona giornata, vanno in piscina e in palestra. Frequentano la biblioteca e sono attive in parrocchia. Ci sono quelle che hanno le mani d’oro, che fanno il pane in casa e dolci squisiti e li vendono a chi glieli chiede. Quelle che sono brave ortolane e vendono quello che coltivano, gestiscono con grinta la famiglia quando i mariti stanno via lunghi periodi e continuano con loro accanto. Quelle che cuciono e ricamano per gli altri. Felici, non lo so, da ammirare, si. Noto che hanno sempre la tinta fatta, che alle occasioni hanno il bel tailleur, si fanno rispettare e vanno in giro fiere di se. Toste le nostre donne 🙂

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    • @Luisa: mi hai fatto venire una gran nostalgia, della famiglia come la intendo io, e che non sono mai riuscita ad avere 🙄

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  21. Sai perchè credo che le donne non solo italiane non facciano più figli?
    Perchè “donne come noi” che sono veramente capaci di fare le madri e sacrificare la propria vita (tempo libero, uomo sbagliato…ecc credo siano cose in più che non contano molto!), donne che sentono dentro la vita del figlio come fosse la propria, come se una fosse collegata da un filo all’altra, donne che respirano fino a che il figlio respira, e rinuncerebbero a quell’ossigeno per donarlo al proprio figlio….donne così non c’è ne sono molte………..quindi che senso avrebbe diventare madri?

    besitos

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    • @kate: è un discorso molto lungo: non tutti sono d’accordo con questo modo d’intendere la maternità, e forse non hanno neanche tutti i torti. Avremo modo di riparlarne 🙂

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  22. Luisa G.

    C’è tanta disoccupazione femminile e non solo. E’ difficile tirare avanti da soli, figuriamoci con figli. S’impara l’arte di arrangiarsi con onestà. L’ho detto anche altre volte, mi piacciono le donne che sanno fare, che non si perdono d’animo. Molto fa come ci viviamo, come proponiamo il nostro ruolo all’interno della famiglia e come il nostro partner ci sa sostenere( e purtroppo talvolta ci affonda). Mia madre è sempre stata una donna d’ingegno che collaborava al benessere della famiglia anche cucendo il corredo altrui, e con mille altri lavoretti, ma mai e poi mai sarebbe andata in palestra o avrebbe preso iniziative che non prevedessero la compagnia e l’approvazione del marito. Educata così, ha trovato chi l’ha amata e sostenuta. Oggi le donne sono più moderne e si ritagliano momenti per se, giustamente dico io.

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    • @Luisa: anche mia madre era così, una grande sgobbona, una donna davvero operosa e piena d’ingegno, ma non si sarebbe mai ritagliata spazi suoi. Una volta rimasta vedeva credeva di morire e invece… a imparato anche ad andare in palestra, ed ha quasi ottant’anni!

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