
Mi scrive un mio amico:
“Chi si somiglia si piglia”. E se uno crede di somigliarsi e poi capisce che così non è? C’è chi si allontana quasi in punta di piedi, trattenendo quello di buono che c’è stato, chi ha bisogno di tagli netti, chi di andarsene sbattendo la porta lanciando imprecazioni, chi ruffianamente fa finta di niente, continuando a cavalcare l’onda, chi proprio nega che sia successo qualcosa.
E tu, come te ne vai?
Già, io come me ne vado?
Tanto per cominciare, difficilmente vado via. Sono una che il cambiamento lo vive bene, ma non lo cerca mai. Sono l’unica condomina rimasta qua da quando misero in vendita la palazzina, sono quella che tiene la stessa macchina fino a che non esala l’ultimo respiro. Sono quella che resta.
Ma a volte vado via.
In punta di piedi? Forse, ma non trattenendo quello che di buono c’è stato. Me ne vado a pezzi, trascinando lenti i passi.
Tagli netti? Non son capace, se non quello dell’ultimo filo infinitamente sottile rimasto di una gigantesca gomena.
Sbattendo la porta, lanciando imprecazioni? Quello sì, magari due o tre volte al giorno. Un giro di palazzo, forse due, poi torno: una porta che sbatte è quasi sempre una porta che si riapre, è chi se ne va in silenzio che non torna più.
Far finta di niente, continuando a cavalcare l’onda? Direi di no, decisamente contro la mia natura.
Negare che sia successo qualcosa? Il minimo fisiologico per chi non vuole accettare una realtà troppo dura, ma non mi nascondo troppo a lungo la Verità.
E allora, come me ne vado?
Me ne vado col cuore. E’ la mia stima per l’altro quella che se ne va per prima. Poi violenta, senza preavviso, quella coscienza della complicità che non c’è più, quelle parole che non s’intrecciano più nell’aria con quelle dell’altro, che non danzano insieme ai suoi pensieri, che non si abbracciano ai sogni fatti insieme.
E’ la stima che se ne va, e la persona accanto, che sia madre, amante, collega o amico, diventa una specie di fagotto inanimato, che se ne sta lì, senza portare più niente alla tua vita.
Poi un giorno il fagotto si alza, e in qualche modo mena le mani; è allora che, più o meno in silenzio, vado via.
Senza voltarmi indietro, senza rimpianti, senza neanche un’ultima occhiata. Me ne vado per l’angoscia del vuoto percepito e, camminando forse lentamente, fuggo velocemente, dimentica di ciò che è alle mie spalle.











La separazione, il distacco, il ‘lasciarsi le cose alle spalle’, è difficile. Io personalmente non riesco a dare tagli netti, ma spesso vorrei farlo. In quanto al rimpianto, bhé è il mio peggior nemico…
A chi lo dici… io ho la memoria d’elefante, per il bene, per il male, per la semplice storia quotidiana… a volte, per andare oltre, bisognerebbe, emotivamente parlando, mettersi i paraocchi e guardare, volente o nolente, soltanto avanti.
(Benvenuta!)
Solitamente non vado via sbattendo la porta. Non ci riesco, non amo alzare la voce.
Piuttosto, quando capisco che “qualcosa si e’ rotto”, inizio a tirarmi indietro a poco a poco, un passettino alla volta.
E’ capitato che questo mio atteggiamento portasse allo scontro, nel qual caso ho fatto presenti le mie ragioni.
Ma e’ anche capitato che tutto si spegnesse a poco a poco, come un lumicino a gas che, quando il gas comincia a scarseggiare, pian piano termina di donare la sua luce.
Diciamo anche che, tranne in rare occasioni, quando succede che un qualcosa si rompa in un rapporto d’amicizia, per esempio, cerco sempre di ripetermi che magari non conosco tutta la storia, che magari dall’altra parte ci sono dei fattori che, per un motivo o un altro, non sono venuti fuori. E che quindi non posso assumere un atteggiamento di rottura, o di condanna. Se non posso capire, preferisco mettere in standby quel rapporto e magari un giorno capiro’, o tutto ricomincera’.
Non so, istintivamente mi viene di fare cosi’, forse perche’ penso che anch’io, nel fare le mie scelte, sono condizionata da tutta una serie di fattori che per me hanno un peso che magari per altri non hanno. O puo’ anche essere che chi mi sta accanto non riesca proprio a vedere questi fattori.
Io invece, per certi versi, funziono al contrario: mi inalbero, alzo la voce sbatto la porta, ma non vado via. L’adirarmi è ricerca di confronto, di spiegazioni, espressione di rabbia, anche di disagio, ma mai di volontà di andare via. Via, come dici tu, ci si va in silenzio.
Ho sempre paragonato certi sentimenti, quale che ne sia la natura, a sfere che si erodono dall’interno, e che all’esterno continuano ad avere lo stesso aspetto: poi, quando la sfera solida si è ridotta a una sottile membrana esterna, plaff, scoppia e si dilegua come una bolla di sapone.
E, allora, davvero non c’è più niente da fare.
Non si sono regole in questo campo, o meglio, ognuno ha le sue e il suo modo di andarsene; meglio sarebbe avere la saggezza di aspettare di essere “maturi” senza nel frattempo “buttarsi via” un amori sbagliati dettati dalla spinta della passione sessuale o di qualche alre debolezza. Quando l’amore, quello vero, arriva, ce ne accorgiamo, e non va più via.
Sarà… troppe volte si scambia un abbaglio per amore vero, e troppe volte, per contro, non si riconosce l’amore vero e si fugge via (secondo me, ci si autoboicotta per paura della troppa felicità)..
Debolezza? E se uno attraversa un momento, o peggio ancora un periodo di debolezza, forse rifiutare una carezza, specie se sembra amica, non è la cosa più facile del mondo. A volte anche l’illusione di un amore è unguento sulle ferite.
La vita è fatta di passi, di piccole e grandi scelte, di raggi di sole e fitte nebbie, ma anche di cadute profonde da cui è difficile risalire e abbagli.
Credi che sia amore e poi non lo è? Credi che sia amicizia e poi non la è? Io credo, come spesso ho scritto, che se è perduto non era poi paradiso, in amore o in amicizia.
Ci sono invece situazioni in cui percepisci che l’altro, in amicizia o in amore, sia contro di te; che l’altro non riesca a trasmettere più sulla tua frequenza. Non è un complotto o una congiura, ma tu percepisci che qualcosa è cambiato. Ti manca quell’amore o quell’amicizia, ma una parola detta, una parola fraintesa ha spezzato il magico filo. Io credo che se fosse stato paradiso non sarebbe andato perduto, ma credo anche che a volte i malintesi andrebbero chiariti.
A volte succede che si manifesta un pensiero, un rimanerci male, e l’altro, in amicizia o in amore, non lo comprende nella veste che noi gli volevamo dare. Si innesca un meccanismo di rivalsa, uno sull’altra e alla fine ci si sente attaccati e ci si difende, ma in fondo si vuole bene all’altra persona.
A volte si vorrebbe alzare il telefono ma si teme che l’altro, in amore o in amicizia, non risponda o riagganci e questo ci farebbe ancora più male.
Io vado via sbattendo la porta e urlando quello che ho nel cuore. A volte però scrivo quello che il cuore ha da dirmi sperando che l’altro voglia ascoltarmi. La ragione sta sempre nel mezzo, ma spesso nel mezzo è difficile porsi.
…nel nulla si è dissolto il mio pensiero…
Tendenzialmente direi di avere un atteggiamento simile se non uguale a quello di Rosigna, con le stesse ragioni.
Un tempo chi mi era intorno la vedeva, forse a ragione, un punto di debolezza . Continuavo a sentirmi ripetere che non esprimevo la mia “naturale”aggressività, che in parole povere ero un represso. Ecco, queste affermazioni mi facevano incapperare proprio.
Non provavo semplicemente l’istinto a gridare, a tirar fuori anche una certa cattiveria che per tanti era normalità. Non avevo covato niente che poi avesse bisogno di esplodere.
Ma questo era anche un modus vivendi che rispecchiava la cultura di un’epoca, la stessa nella quale se tentavi di dire le tue ragioni, venivi subito stoppato con un “Non ti devi giustificare…lo vedi che ti stai giustificando?”. Così come se avevi delle rimostranze da fare alla morosa che una sera aveva fatto la vanitosetta con qualcuno, questa ti guardava a metà fra il compassionevole ed il deluso e ti diceva “Nooo, non puoi dirmi che sei uno geloso”. Perché anche quello d’impedire all’altro di dare le sue motivazioni è una forma di aggressività.
Io (oggi, ad esempio è considerato peccato dire “Io”, ma è vietato dire anche “noi”
) sono sempre stato per i chiarimenti, per il costruire invece del distruggere o dell’essere indifferenti.
Ma, come fa notare Rosy, bisogna anche essere coscienti o, per lo meno, mettere in conto che le motivazioni di scontri o chiusure possono avere la loro origine altrove.
Certo, poi ci sono le volte in cui dall’altra parte c’è un continuo passare la carta vetrata sui nervi, un non rendersi conto di aver oltrepassato il limite, di aver bellamente ignorato tutti gli avvisi mandati, allora è rottura. E siccome questo è l’atto finale di un rapporto che ormai non ha più niente da dare, che di fatto non ha più ragione d’essere, non m’interessano le modalità, non m’importa più di capire, può bastarmi un semplice vaffan’.
Ma dopo non trattengo il ricordo della cosa negli archivi, non dimentico ma vado oltre, salto il fosso e ciò che è stato rimane sull’altra sponda.
Una cosa però che non mi piace è quando chi ho davanti, oltre a scatenare la rissa per abitudine, parte con l’idea di avere e voler veder riconosciute tutte le ragioni di questo mondo: “tu sbagli, io ho ragione”.
Qualcuno è duro con gli altri perché è fondamentalmente duro con se stesso, giudica o punisce l’altro come farebbe con se.
Vedere le pagliuzze negli occhi altrui è perché fa troppo male dover considerare le proprie travi.
Oggi come oggi, dopo averne viste di tutti i colori in vita mia, cerco, quando riesco, di provare ad osservare la scena dall’esterno e se mi accorgo che sto impiegando forze ed energie su di un rapporto che è basato su basi e principi infantili, come parimenti lo sono le diatribe, me ne tiro fuori, con fatica e sofferenza ma senza rimpianti.
Insomma, credo che convenga sempre tentare di dare una valutazione del peso che , dal mio punto di vista, realmente la questione richiede.
Beh, ti sei fatto un po’ aspettare, ma devo dire che ne valeva la pena!
La tua frase “Certo, poi ci sono le volte in cui dall’altra parte c’è un continuo passare la carta vetrata sui nervi, un non rendersi conto di aver oltrepassato il limite, di aver bellamente ignorato tutti gli avvisi mandati, allora è rottura. E siccome questo è l’atto finale di un rapporto che ormai non ha più niente da dare, che di fatto non ha più ragione d’essere, non m’interessano le modalità, non m’importa più di capire, può bastarmi un semplice vaffan’.” la faccio mia.
Io non sono per il “vogliamosi bene ad ogni costo”, se un rapporto non va non va, se non si riesce ad avere un dialogo equilibrato, mai, è inutile stare lì a fare karakiri in nome di non si sa bene quale comportamento illuminato e temperante.
Io parlavo oggi in ufficio, a proposito di una persona con cui non mi voglio riappacificare, che il motivo della rottura non è la lite di cui neanche ricordavo l’origine, ma l’opinione che ho di quella persona. La lite, alla fin fine, è stato un comodo pretesto per darci un taglio che era diventato un’esigenza.
Sai, anche nel caso che ho posto e che tu hai sottolineato, comunque parto con un “vabbè, hai ragione, ciao, per me la corsa finisce qui (esplicito)”.
Ma siccome di solito c’è chi insiste e non vuol sentire ragioni che non siano le sue, allora “può anche bastarmi…”.
Ecco, come dici, arrivare ai pretesti non mi piace anche se poi capita con una certa frequenza.
Certe situazioni alla fine aggressive potrebbero essere evitate accorgendosene alla loro nascita.
Ma vogliamo poi accorgecene? O è molto più semplice una bella scenata, che fa giustizia di tutto, condito con un bel “ma guarda che imbecille”.
Non mi sottraggo alla considerazione se qualche errore, anche solo di valutazione, posso averlo fatto anch’io.
Giusto per imparare e non ripetere gli stessi errori.
Forse mi sono spiegata male. Io non parlo di lite scatenata come pretesto per la rottura di un rapporto, ma di lite nata come crescendo di un rapporto che comunque non va. Nella fattispecie mi riferivo a un mio collega, cui peraltro voglio un gran bene, ma ha una mentalità da cavernicolo (un altro collega giusto oggi l’ha definito “Wilma, dammi la clava!”), usa per scherzare argomenti pesanti e anche volgari, e a me questo non piace.
Oggi, parlando della nostra lite, due colleghi hanno detto chiaro e tondo che lui “non si regola”, e non capisce quando è ora di farla finita. Già adesso, nel solo tentativo di far pace, ha già passato i limiti. Uno attribuisce il fatto alla giovane età, io ritengo che col tempo non potrà che peggiorare.
A questo aggiungici che è estremamente permaloso, dalle due alle tre prende fuoco e si inalbera, e non è questo il clima e il comportamento che ci si aspetta sul posto di lavoro. Io, francamente, sto più tranquilla a debita distanza…
E anche qui, anche se sembra un off topic, me ne sono andata con la testa (col corpo non posso) nel momento in cui la stima, almeno su certi aspetti,è venuta meno.
Una tua collega mi ha appena confidato che con quell’aria da troglos le sembra così tenero.
Lei dice che se esiste sempre un peggio al peggio, esisterà anche un meglio al meglio.
Penso che a una mia collega lui piaccia molto, e in effetti è un fusto da paura, cosa di cui a me non importa un fico secco: sono una cerebrale io. Passionale, se prima l’altro è riuscito a smuovere i miei neuroni, infinitamente prima degli ormoni. (Tiè!)
Cose da Divano.
E’ una bella questione, neuroni ed ormoni (vietate le rime), chi smuove chi?
Oppure ogni volta si mettono d’accordo per fregarci?
Se erano cose da Divano potevi andare sul divano…
Credo che ognuno abbia un suo equilibrio neuroni/ormoni…
Io, da parte mia, non confesserò mai…
Scusate, siccome siamo andati un po’ off topic, riaddrizzo il timone e ritorno on topic:
se vengono smossi neuroni e ormoni, io mica vado via!
Già, non mi ero mai posto la domanda: “ma come me ne vado io?”
Spegnendo la luce.
Poi, se torno per riaccenderla, mi accorgo che la lampadina è bruciata…
Io me ne vado con un allontanamento progressivo, e non mi volto mai indietro.
Sono una che pensa sempre troppo al futuro, e molto poco al passato, e dimentica presto la felicità già trascorsa perchè sogna già quella futura…..
@ ifigenia
a proposito del boicottare un amore o qualcosa di molto bello per incapacità di accettare la felicità, o paura…. beh, li possiamo scriverci romanzi interi!!!
Mrs.President non va mica bene così.
Quindi ti sei già dimenticata delle nostre sere in attesa di Lassen e ora già pensi a quelle che passerai con…(non lo dico).
@Aquila
” se torno per riaccenderla, mi accorgo che la lampadina è bruciata…”: già….
Mrs President 1: io più che allontanamento progressivo permetto, purtroppo, lo sfinimento progressivo.. Quando arrivo ad andarmene io, veramente la lampadina è bruciata.
@Mrs President 2: io non credo di boicottare un amore, quanto forse la possibilità di un amore. L’amore, per entrare nella mia vita, mi deve fregare, prendermi alle spalle mentre sono un attimo distratta. Però, in quel momento, lo accolgo a braccia aperte e sono disposto a viverlo.
Capita però poi che, in quel momento, quando io sono disposta finalmente ad accoglierlo, mi trovi accanto chi boicotta amore e felicità quando sono già lì davanti a noi.
@Bali: ma non era Laffen? O mi confondo con “Torna a casa Lassen”?
Spesso ho riproposto queste parole, ma è la prima volta che le trovo registrate (tra le altre cose, eccellente lettura) e quindi voglio proporle ancora
Caspita, stanotte vi siete scatenati …
@Bali. Il fatto che una donna ti faccia un appunto sulla gelosia e’ tutta una finta, ma credo che tu lo sappia gia’. Non ho mai conosciuto una donna a cui non faccia piacere un pizzico di gelosia da parte del partner. Se diventa troppa, ok, ma “il giusto” ci sta.
E se ti pianta una storia per questo, allora si’ che lo vedo come un inutile pretesto per mettere in crisi qualcosa che in crisi lo e’ gia’.
Io adoro l’uomo geloso… non un paranoico che ti rovina la vita, non quello che non ha fiducia in te e mette in dubbio quello che dici, quello no. Ma l’uomo che teme di perderti, quello che si inalbera perché qualcuno ti ha guardato troppo o tu gli hai risposto con troppa enfasi… quello lo adoro!
Idem
Usai più o meno la stessa battuta ( torna a casa Lassen) credo alla fine dell’estate.
Da allora non ricordo mai esattamente qual è il suo vero nome.
Sorry, Mrs.President.
Tornando all’argomento principale…
io scivolo via veloce, chiudendo la porta e senza guardarmi alle spalle.
“I came like water and like wind I go” O. Khayam
Bella. Me la rivenderei volentieri al tizio che mi ha appena depennato dal suo blogroll, ma sai com’è, proprio non riesco ad avere voglia di comunicargli qualcosa!
[...] Mi chiese una volta un amico come vado via, quali sono le mie modalità: questa fu la risposta. [...]
Intanto devo farti i complimenti per il bel post.
Io lascio, non proprio in punta di piedi, ma quasi. Generalmente perché mi hanno portata a lasciare. O perché si sono in qualche modo allontanati da me.
E allora, per una forma di orgoglio, e perché no, di vendetta, rimango in silenzio.
Tanto peggio per loro (un po’ di amor proprio ed autostima te lo devi far venire, sennò ti senti fallita!).
@Maria: grazie a te per la visita e per i tuoi complimenti.
Passo a risponderti domani, perché l’argomento che hai sollevato è interessanti, e voglio risponderti con più concentrazione (ora sto crollando
).
‘notte!
@Maria: eccomi di ritorno.
Dunque, anch’io generalmente quando lascio, che sia in punta di piedi o meno, dipende dalle circostanza, è perché mi hanno portata a lasciare (e prima di arrivare a lasciare io faccio di tutto per salvare un rapporto) o perché si sono in qualche modo allontanati, e allora è necessario che io sia sincera con me stessa e prenda atto della situazione.
Se rimango in silenzio non è per una forma di vendetta, che non risolve niente, o di orgoglio, che nei rapporti d’affetto ci dovrebbe sempre entrare poco: il silenzio interviene a mettere fine a una conclamata incomprensione, in cui più si cerca di chiarire o comunque sputare il rospo più ci si incarta e peggiora la situazione.
Il mio silenzio, quando interviene, interviene anche nell’ascolto: non ho più niente da dirti, non c’è più niente che tu possa dirmi.
E’ per questo che a un certo punto ho incominciato, e oramai è qualche volta che succede, che se nel corso di un concitato “chiarimento”, che poi diventa un reciproco accusarsi, arriva un’ultima e-mail, semplicemente, non la leggo: quando capisco che la situazione sta solo peggiorando, ben conoscendomi e ben sapendo che non riuscirei a non reagire alle provocazioni, preferisco far sedimentare e tirarmi fuori da un odioso quanto sterile se non dannoso botta e risposta.
Prima dell’era informatica è successo solo una volta, ed è stato all’ultima telefonata che non ho risposto, ma il concetto è lo stesso.
Una cosa particolare mi è successa qualche tempo fa, proprio in occasione di un’ultima e-mail, che lì è rimasta senza che io l’aprissi. Quando, parecchio tempo dopo, mi sono sentita abbastanza solida da affrontare quello che poteva esserci scritto, ho scoperto che era semplicemente vuota. Mi ha strappato un sorriso, e calmato più di quanto mille parole avrebbero potuto fare.
A volte il silenzio è d’oro, è necessario o, comunque, è un dato di fatto.